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STORIA
DELLA CUCINA SICILIANA
La cucina siciliana è strettamente collegata sia alle vicende
storiche e culturali della Sicilia, sia alla vita religiosa e spirituale
dell'isola, come vedremo in seguito.
Si tratta infatti di una cultura gastronomica regionale complessa ed articolata,
che mostra tracce e contributi di tutte le culture che si sono stabilite
in Sicilia negli ultimi due millenni. Difatti possiamo riscontrare segni
delle abitudini alimentari della Magna Grecia passando dai dolci arabi
e dalle frattaglie di tradizione ebraica: tutto questo contribuisce a
rendere davvero varia la cucina siciliana. E poi dicono che le invasioni
portano solo cose negative: alla Sicilia moderna hanno lasciato dei grandi
tesori come sono considerate le famose ricette che tutto il mondo invidia.
Nei piatti della cucina siciliana si usa esclusivamente l'olio extravergine
d'oliva, sia per cucinare che per condire.
Gli ingredienti principali sono soprattutto vegetali o marini (pesci e
molluschi). La carne è utilizzata di rado, e per lo più
in forma di frattaglie. Il sale è soprattutto marino, e i piatti
sono impreziositi dalle erbe aromatiche che crescono in abbondanza: basilico,
prezzemolo, menta, alloro, rosmarino, salvia, cipolle selvatiche e finocchietto
selvatico, insieme a gelsomino, pinoli, uva passa, pangrattato tostato,
scorza d'arancia, succo di limone, ecc. Molto utilizzate sono anche le
mandorle, le nocciole e i pistacchi, sia nella preparazione di dolci e
di bevande che per condire riso e pasta.
Un posto di rilevo occupa la cosiddetta "gastronomia da strada".
Sono delle preparazioni veloci, poco costose ed in vendita in bancarelle
o chioschi per strada: possiamo trovare quindi pane e panelle, pane con
frattaglie, stigghiole, verdure fritte in pastella, arancine e chi più
ne ha più ne metta.
Al centro del pasto c'è la pasta, o un piatto di legumi che può
essere composto da fave fresche, fave secche, lenticchie, farro o ceci.
Molto utilizzato è anche il pane, che accompagna tutti i pasti
e che viene sfornato e consumato fresco. Il pane è buono da mangiare
con i vari piatti ma aggiunge un apporto calorico non da poco alla dieta.
Comunque sia nell'isola sono presenti numerose varietà di pane,
spesso cosparso di sesamo. Il pane è anche presente in molti riti
sacri.
Un capitolo a parte poi meritano i dolci, i quali spesso sono a base di
frutta e frutta secca. Legati a tradizioni religiose, i dolci siciliani
sono ricchissimi. Molto utilizzata è la ricotta che serve per la
preparazione della cassata e dei cannoli, ma anche il cioccolato, goloso
e immancabile. Tra i dolci più famosi ricordiamo anche il buonissimo
babà, esportato anche in tutto il mondo. Una piccola postilla meritano
altresì i gelati e le granite: sono pezzi importanti della vita
quotidiana in Sicilia, e vengono prodotti in centinaia di gusti differenti
per venire incontro a tutti i golosi che non possono fare a meno di queste
prelibatezze.
Un viaggio nella curiosità della cucina siciliana,
è una sorta di navigazione nel corso dei secoli formatosi nel corso
dei secoli in un patrimonio alimentare unico in italia. La Sicilia, un'isola
grande e piena di sole, dove il sole insaporisce ogni cosa: dal grano
alle arance, dai fichi d'india ai capperi, dalle olive all'uva. Una terra,
la Sicilia, particolarmente fertile e ricca di prodotti, una cucina essenzialmente
agricola e marinara che le ingerenze dei popoli , specie arabi e normanni
, che nella storia si sono succeduti in queste terre, hanno contribuito
ad arricchire di nuovi gusti.
CUCINA SICILIANA
Ognuno si accorge che sono tre gli ingredienti che dominano la preparazione
dolciaria siciliana: la mandorla, il pistacchio e il miele. Ne fornisce
un esempio evidente la celebre cassata. E’ sufficiente entrare in
una qualsiasi pasticceria dell'isola per rendersi conto della ricchissima
offerta di prodotti, l’origine delle ricette di questi è
quasi sempre di provenienza ecclesiastica. E’ infatti dagli Arabi
che l'arte di fare i dolci si è trasferita nei conventi, dove è
stata portata avanti con entusiasmo, talvolta anche eccessivo: è
storico il provvedimento del Sinodo diocesano di Mazara del Vallo, che
nel 1575 proibì la preparazione della cassata nei conventi per
il semplice motivo di non distrarre le monache dalle pratiche religiose
durante la settimana santa.
Ancora oggi la classica pasticceria siciliana di pasta di mandorle a forma
di frutta o ortaggi porta il nome del convento di Martorana, a Palermo,
le cui suore hanno prodotto per prime quei pasticcini. Ecco alcuni dolci
tipici della Sicilia, visti passo per passo: Biancomangiare: E’
un dolce tipico della provincia di Ragusa. Fatto di mandorle sbucciate,
triturate, ridotte con l'aggiunta di zucchero, amido, buccia di limone
e cannella. Da tutto questo procedimento si ottiene una finissima crema
da versare in apposite forme. Storicamente viene servito su piatti ricoperti
di foglie di limone. Cannoli: Si tratta di involucri a forma di cilindro,
fatti di farina, strutto, zucchero, aceto, miele e cannella fritti e riempiti
di un impasto dolcissimo di ricotta, zucchero, frutta candita e cioccolata
amara. I cannoli sono protagonisti di tutte le feste significative e specialmente
del Carnevale. Cassata: Sicuramente è il più celebre e il
più richiesto fra i dolci siciliani di sempre. La ricetta è
semplicissima, forse anche per questo che la cassata è un elemento
essenziale della vita siciliana tanto che sono innumerevoli i proverbi
che fanno riferimento all'indispensabilità di questa leccornia.
Cubbaita: E’ un torrone molto morbido a base di mandorle e miele,
ricoperto con semi di sesamo. Davvero diffusissimo in tutta la pasticceria
meridionale, soprattutto in Sicilia e in parte in Calabria. La provenienza
di questo prodotto, dalla lavorazione esclusivamente artigianale, è
di origine sicuramente orientale.
Un torrone del tutto simile si trova in Grecia con il nome di "mandorlato".
Insomma, abbiamo visto come indubbiamente i tre ingredienti elencati all’inizio
hanno una grandissima importanza nella preparazione dei dolci siciliani,
infatti tutti i dolci elencati sopra usano ciascuno almeno uno degli ingredienti
della felicità. Un sentito ringraziamento va anche alla voglia
di mangiare cose buone che contraddistingue da sempre tutto il sud Italia.
La fortuna della cucina siciliana deve molto all'impiego degli aromi locali.
I più diffusi sono il basilico e l'origano, seguiti da alloro,
rosmarino, salvia, timo, zafferano e ruchetta. Inutile dire dell'aglio
e della cipolla, padroni assoluti della cucina siciliana, e dell'immancabile
prezzemolo, presente in tutti i piatti.
L'uso dell'olio d'oliva è generalizzato, preferito ad ogni altro
grasso, mentre la sugna è destinata alla preparazione di speciali
impasti per focacce o dolciumi. Si preferisce l'uso del sale marino al
salgemma; e se proviene dalle saline di Trapani o di Vindicari, ancora
meglio.
Gli antipasti non fanno parte della tradizione, e quelli esposti nei ristoranti
altro non sono che il companatico o il secondo piatto - se non l'unico
- della cucina povera: frittatine, pomodori secchi, olive condite, melanzane,
verdure domestiche e selvatiche.
Senza pane in Sicilia non si va a tavola, sarebbe inconcepibile. Ogni
paese, ogni città vanta decine di qualità di pane, diverse
per l'impasto, la forma, il tempo di lievitazione o di cottura: ed infiniti
sono i nomi che si danno ai pani per distinguerli gli uni dagli altri.
Altrettanto numerosi sono i pani "votivi" o festivi, preparati
appositamente per certe feste patronali, con preciso intento di simbologia
protettiva. Il siciliano nutre per il pane un profondo rispetto: se ne
cade un pezzettino a terra, lo raccoglie e reverentemente lo bacia. Gli
spaghetti furono creati per la prima volta in Sicilia; persino il termine
"macarones", che originerà quella di "maccheroni"
è stato coniato nell'isola.
Unica regione italiana lambita da tre mari, la Sicilia è ricchissima
di pesce, amato da tutti gli isolani: ne vengono consumate non solo le
specie più pregiate, ma tutte e ed in ogni stagione, con una spiccata
preferenza per sarde e tonni, polipi e triglie. Carne preferita in assoluto
è invece quella suina; seguono i bovini (ma poiché la carne
locale è sempre stata dura si è inventato il tritacarne
per farne polpette e polpettoni), gli ovini, il pollame e la cacciagione.
Quasi del tutto ignorata la carne equina. Tra le preparazioni risultano
più numerose quelle che utilizzano le parti meno costose, come
le interiora: sono nate così alcune specialità estremamente
gustose, come il fegato nella rete, il cuore ripieno, la gelatina di maiale,
la gamma di piatti a base di trippa, e le animelle. Le verdure e i legumi
hanno in percentuale surclassato tutti gli altri alimenti nella dieta
isolana, vuoi per gusto ma più spesso per necessità: due
soli ma straordinari esempi di piatti, la caponata e il maccu di favi.
La produzione di caci e ricotte in tutta l'isola è antichissima:
sono stati il classico companatico per colazioni, pranzi e cene di intere
generazioni. In Sicilia si produce anche splendida frutta, da quella più
comune - ossia reperibile ovunque nell'isola - a quella più rara
come le nespole d'inverno (simili a castagne), i lazzeruoli (una varietà
di biancospini), i melograni, i corbezzoli, i bagolari o spaccasassi e
persino banane. L'uva zibibbo prese questo nome da Capo Zebib nell'Africa
settentrionale; il limone lunario è invece chiamato così
perché ad ogni luna si formano le zagare, e dunque l'albero ha
tutto l'anno fiori e frutti; il fico, infine, è forse il frutto
più amato di tutti. Il dolce nasce all'origine come "pane
speciale", diverso da quello giornaliero.
Molti dei dolci siciliani hanno forme geometriche che vengono tradizionalmente
rispettate: la cubbaita, ad esempio, ed i mustazzola di vinu cuotto vanno
tagliati in forma di rombo; i ravioli dolci e le 'mpanatigghi a mezzaluna;
i bucciddati a forma di corona circolare; cannola e gravizzate cilindrici;
cassata e altri dolciumi a forma di
disco; quadrate le caramelli di carrua. Vi sono poi torte e cassate a
forma di cuore; biscotteria che riproduce piante e fiori, come i rami
di meli, le olivette di Sant'Agata e la pignulata, oppure imitanti parti
umane come le ossa di mortu e i cannaruzzeddi di Sammilasi o riproducenti
figure di Santi, come i pupiddi nanau (Santi Cosma e Damiano).
In Sicilia non usa bere vino fuori tavola: taverne ed osterie si sono
sempre contate sulle dita di una mano nelle grandi città e sono
quasi inesistenti nelle piccole comunità. Pochissime le bevande
analcoliche, peraltro riservate ai ceti abbienti: la ormai scomparsa cabbasisata
(ottenuta schiacciando i "cabbasissi" ed immergendoli in acqua),
la minnulata o latti di mennula (acqua impregnata dell'umore delle mandorle
spremute), la granatina (ottenuta spremendo i chicchi della melagrana),
la siminzata, ricavata dai semi del popone, ed infine il semplicissimo
latte zuccherato ma freddissimo chiamato carapigna e sciala-cori. Diffusissima
invece la consuetudine del caffè, forte, scuro ed aromatico. Tra
i liquori del passato c'è da ricordare l'uso dei rosoli casalinghi,
ottenuti dalle essenze di agrumi, dalla cedronella o altri aromi vegetali.
Particolare lo zammù o zambù, originariamente ottenuto dalla
distillazione di fiori e semi di sambuco, poi sopravvissuto con lo stesso
nome ma adoperando i semi d'anice.
Esistono in Sicilia delle tecniche di cottura molto originali. Una è
la cottura nella cenere: in genere uova che si mettono tra la cenere calda,
o rocchi di salsiccia avvolti nella carta paglia da macellaio preventivamente
bagnata con vino. C'è poi la cottura nel sale, oggi di moda ma
da sempre praticata in Sicilia dal momento che l'isola è stata
grande produttrice di sale fin dall'antichità: fino agli anni cinquanta
era sconosciuta al di là dello Stretto. Altra specialità
è la cottura delle anguille con la sabbia: le anguille vengono
ricoperte con sabbia di fiume o di mare e poi arrostite sulla brace. Il
grasso che cola, insieme alla sabbia via via aggiunta, creano una crosta
esterna che a fine cottura viene rimossa e che lascia la carne bianca
e ben cotta. Altra tecnica infine, oggi del tutto scomparsa, era quella
della balata di zolfo. Gli zolfatai del Nisseno facevano liquefare il
minerale per separarlo dalle scorie; ancora liquido e caldissimo lo zolfo
veniva colato in apposite vasche, dette balate, dalle quali poi venivano
ricavati i pani di zolfo. Un pollo veniva messo dentro la balata, cuoceva
all'intenso calore e veniva estratto cotto a puntino, spaccando il pane
di zolfo ormai indurito.
CUCINA TIPICA SICILIANA Per pochi altri posti come per
la Sicilia parlare di cucina è iniziare un viaggio dentro il viaggio,
incontrando piatti che dischiudono prospettive di tempo e suggeriscono
immagini di luoghi. Cucina ricca di prodotti fragranti, sapori che stanno,
così come la posizione geografica dell'isola, in un delizioso equilibrio
tra terra e mare. Una cultura gastronomica iscritta nella tradizione mediterranea,
concetto che trova in questo caso tra le più elevate realizzazioni.
In Sicilia la varietA di piatti è ricca di prodotti, spezie e profumi
che testimoniano quanto l'isola si sia, da secoli, trovata al centro di
mire e attenzioni di popoli di ogni dove. Le tante dominazioni hanno lasciato
monumenti e ruderi a ricordo del loro passato splendore, hanno profondamente
segnato il paesaggio con le colture introdotte e seminato tracce in abitudini
e modi di vita facilmente riscontrabili ancora ai giorni nostri soprattutto
in cucina. Un passato così ricco non poteva che lasciare in eredità
un panorama variegato di testimonianze e la gastronomia non è da
meno.
Non è possibile parlare di cucina siciliana come di un'unica entità:
le diversità originate dalle differenti influenze culturali si
sono incrociate con quelle determinate dalla diversità tra cucina
della costa e dell'interno; due mondi ancora lontani, ma tra i quali,
a causa delle difficoltà di spostamento, esisteva un tempo un solco
profondo. Pensare alla tradizione gastronomica siciliana è allora
come immaginare una tavolozza di colori, tonalità forti, accanto
a tinte sfumate, un gioco di richiami e di rimandi suggestivi più
che decifrabili. Si può sicuramente accennare qualche linea interpretativa
certi del piacevole spiazzamento che la realtà saprà offrire.
Come in tutte le cucine povere è ad esempio ricorrente l'abitudine
del piatto unico; le paste di vario tipo e cucinate in modi diversi, arricchite
dai prodotti del posto finiscono col diventare l'intero pasto. È
il caso della pasta con le sarde, piatto che da Palermo si è diffuso
ovunque sull'isola; delle paste con ortaggi e legumi dell'interno; delle
varie paste al forno quali la pasta 'ncaciata messinese, per giungere
alle varianti ricche di echi culturali come la catanese pasta alla Norma
(con pomodoro, melanzane e ricotta salata).
Prima ancora della pasta è però il pane ad assolvere questa
funzione nutritiva. I tanti tipi di pane di cui la Sicilia è ricca
si sono sempre accompagnati a quanto la zona offriva, olio, origano e
pomodoro per il più diffuso pane cunsato (condito), da consumarsi
caldo, appena sfornato al più insolito pane ca' meusa crostino
con la milza venduto sulle bancarelle per le strade di Palermo.
La familiarità con i prodotti naturali ed una semplicità
di fondo è ciò che ancor oggi più caratterizza la
cucina della parte orientale dell'isola, culla della Magna Grecia. È
facile riscontrare analogie con la cucina dell'interno segnata da abitudini
contadine e caratterizzata dall'utilizzo di verdure ed ortaggi. La melanzana
ne è un esempio significativo, da essa traggono origine piatti
appetitosi fino a giungere alla sua glorificazione nella parmigiana.
I prodotti della pastorizia hanno un posto di rilievo, mentre il consumo
della carne è un'eccezione spesso riservata alla festa. La preparazione
più comune è alla brace, vengono utilizzati soprattutto
il maiale, ma ancor più l'appetitoso castrato. Nella parte occidentale
segnata dall'influsso arabo e dalle tradizioni di corte, la cucina si
fa più ricca, ricercata e dai contrasti insoliti. In analogia al
paesaggio, all'austera semplicità dei templi greci si sostituiscono
le raffinatezze da "mille e una notte" della Palermo araba e
la sovrabbondanza dell'architettura degli edifici barocchi. La caponata
di melanzane è un esempio di come diversamente vengano elaborate
le verdure, il falsomagro (grosso rotolo di carne con ripieno di prosciutto,
formaggio e uova) o gli involtini alla palermitana (ripieni di pangrattato,
uva passa, pinoli, formaggio e aromatizzati con alloro e cipolla), lo
sono per le carni, le sarde a beccafico (con pangrattato, limone, pinoli)
per i pesci. Piatti la cui complessità aveva anzitutto la funzione
di ostentare ricchezza. Non manca tuttavia anche nelle grandi città
una cucina d'ispirazione popolare, cucine di strada come friggitorie,
forni e bancarelle che offrono ogni sorta di piatti a tutte le ore (sfinciuni
e panelle per esempio).
Tornando agli influssi storici, è agli Arabi che si deve l'introduzione
degli agrumi, dello zucchero, della cannella e dello zafferano, oltre
a quella del riso che qui ha avuto modi di cottura ed utilizzi diversi
da quelli del nord, ma diffusione altrettanto capillare, basti pensare
alle arancine (con ripieno di ragout di carne e piselli o di prosciutto
e formaggio), una sorta di emblema della cucina isolana, spesso il primo
incontro gastronomico in occasione di un viaggio in Sicilia.
Il pesce, come ovvio, è proposto con ricchezza di preparazioni
e di varietà; tra di esse anche per il posto che da sempre occupa
nella tradizione popolare merita rilievo il tonno, ma ovunque vengono
proposte sarde e alici, mentre lo spada è più tradizione
del messinese. Particolari le preparazioni alla ghiotta (cipolle, olive,
capperi e pomodoro) e nel trapanese il cuscusu, versione isolana del cuscus
di origine magrebino realizzato appunto con pesce.
Attenzione particolare merita la pasticceria che in Sicilia fa parte delle
abitudini quotidiane, il suo profumo è nell'aria come quello delle
piante odorose (rosmarino, finocchietto selvatico, origano, nepitella)
che si incontrano lungo il viaggio.
I DOLCI IDEATI NEI CONVENTI Basti pensare alla variopinta
frutta martorana, che prende il nome dall'omonimo monastero palermitano
- hanno piacevolmente invaso l'isola. Cannoli, cassate, pignoccata, biancomangiare
o il tradizionale gelo di "melone" (gelatina di anguria) sono
i più diffusi, ma ogni provincia è ricca di novità
e sorprese. Non si possono poi ricordare i gelati e le granite, prodotti
squisiti dell'abilità artigiana, ma priuma ancora abitudini, riti
che parlano di altre dimensioni del tempo. È considerato un obbligo,
nelle giornate estive, offrire all'ospite una granita di caffè,
di limone o di mandorle, ma la letteratura
parla di raffinatezze quali la granita di gelsomino consumata dai fratelli
Piccolo nel loro rifugio di Cala Novella.
I vini dell'isola erano considerati un tempo solo da taglio, ma oggi,
anche se non tutti hanno raggiunto la rinomanza del liquoroso marsala,
vini da tavola e a denominazione d'origine quali l'Alcamo, l'Etna rosso,
il Corvo o il Regaleali riservano attimi di intensa piacevolezza. Tra
i vini da dessert oltre al citato marsala vanno ricordati il Moscato di
Noto, il Passito di Pantelleria e la Malvasia delle Lipari.
La storia della gastronomia siciliana è come una favola che ha
inizio con il classico "c'era una volta".
Iniziamo a raccontare: C'era una volta una civiltà classica: i
Greci. I Greci provenienti dalle Cicladi nel 735 a.C. sbarcarono sul litorale
ionico, in prossimità dell'odierna Naxos, ed i Corinzi di Archia
nel 734 a.C. furono a Siracusa.
Diverse, come sappiamo, furono le novità che apportarono questi
colonizzatori e, per restare in tema, da un punto di vista alimentare,
L'arte del fare il vino nasce proprio da loro, gli ulivo, il farro ed
altri prodotti, già esistenti nell'isola, vennero utilizzati in
modo diverso, ebbero, per così dire, una nuova impronta greca che
portò ad ottimi risultati. Prendiamo per esempio il farro. Il Farro,
prima dei Greci, veniva utilizzato in Sicilia, per fare il pane, poi,
venne utilizzato in tutt'altro modo.
Con la farina di Farro, oltre a un ottimo pane, si ottennero delle tagliatelle
molto saporite e, niente poco di meno che, la pasta frolla. Con il farro
macinato grosso essi si fecero delle ottime zuppe ed, infine, con il seme
intero, unito a fave, lenticchie, ceci, ed interiora, la famosa Fabata
Puls.
Questo non ci deve fare credere che quando i Greci sbarcarono la Sicilia
era abitata da selvaggi.
Sulle coste ioniche abitavano i Siculi ed in quelle tirreniche prosperavano
i Sicani e gli Elimi. Queste antiche popolazioni avevano eretto potenti
e progredite città, dove, almeno da tre millenni si era sviluppata
una cucina autoctona. L'incontro di queste due civiltà mediterranee
ha arricchito tutte le arti, compresa quella culinaria ed ha fatto nascere
il gusto per la buona cucina che trovò, più tardi, grande
accoglienza nella Grecia dove, a poco a poco, gli elaborati manicaretti
si sostituirono ai voluminosi arrosti dei tempi omerici ed alla Maza,
la schiacciata con farina d'orzo. Accanto alla nuova cucina sorse la letteratura
gastronomica. Primo in assoluto fu Epicuro Siracusano, seguì Miteco
ed Archestrato di Gela, siamo tra gli inizi del V e del IV secolo a.C.
Archestrato di Gela, nel IV secolo a.C., nei suoi "frammenti della
gastronomia", asserisce di avere visitato ogni terra ed ogni mare
ma che in Sicilia ha trovato il buon gusto.
L'opera parla soprattutto del pesce: la stagione più propizia per
pescare le varie specie e il modo di cucinarle. Il "leitmotiv"
è quello di una cucina naturale, schietta e genuina senza sofisticherie
e che si avvale unicamente di olio, sale ed, all'occorrenza, di aceto
e di erbe aromatiche. Accanto a questi antichi ricettari, troviamo gli
antenati dei moderni libri "curatevi con le erbe". Nacque così
la dietetica di cui Acrome e Eutidemo furono i precursori. Ma, per ora,
bando alle diete e torniamo ai buoni cibi del periodo classico. In Sicilia
le mense dei ricchi buongustai erano sontuose e le vivande, variate e
saporite, erano accompagnate da squisiti vini siciliani, ma anche da birra
e da idromele.
Il fatto che il banchetto fosse sentito come occasione principe per discussioni
sui più vari argomenti, sta alla base della ricchissima letteratura
detta "Del Convito e del Simposio". A tale filone si lascia
ricondurre anche la bizzarra opera di Ateneo, erudito greco di Egitto
(200 d.C.), i Deipnosofisti, (banchetto dei sofisti), che di dettagli
gastronomici è una miniera incomparabile. In questo libro, infatti,
vi è un vero e proprio vademecum sulla cucina: dalla lepre, al
tonno, dai piselli alle anguille, dall'aragosta al pesce spada, insomma
c'è di tutto. Ma torniamo ai nostri amici greci ed alle loro abitudini
alimentari. I pasti dei Greci, in età storica, erano tre al giorno:
uno leggero al mattino, I'Ariston, ed altri due più consistenti,
il Defeion a metà del giorno, ed il Dorpon, a fine giornata. Ogni
banchetto iniziava con il rito dell'offerta di ringraziamento agli dei:
il padrone di casa, dopo essersi purificato le mani con acqua, gettava
sul braciere pugni d'orzo, sangue e ciuffi di pelo di un vitello sacrificato
e vi versava del vino.
Terminata questa funzione propiziatoria, i servi ponevano, vicino ad ogni
commensale, un recipiente con il pane ed una coppa per bere il vino liquoroso
allungato con acqua e poi iniziavano a servire le vivande.
Nelle riunioni conviviali non sempre vi era un padrone di casa, perchè
spesso queste erano organizzate da alcuni amici che si riunivano per mangiare
portando ciascuno, in un canestro, cibi già cotti ed il vino.
Questi simpatici simposi erano, appunto, denominati "I Pranzi del
Panierino", ed è questo piccolo recipiente di vimini, la "Spyris",
che a volte, vediamo appeso ad un chiodo in alcune raffigurazioni di cene.
I menus dei greci erano variati, composti da minestre, da pesce, da carne,
da uova; da legumi, da formaggio fresco e stagionato ed, dulcis in fundo,
dai dolci a base di miele, di noci, di latte e di farina e dalle Focacce
Attiche a forma piramidale.
I dolci venivano serviti assieme a ricchi vassoi di frutta al termine
di ogni pasto o durante il simposio che era la parte più importante
e gaia del banchetto, quando il vino scorreva a fiumi ed i convitati,
allegri per le libagioni, cantavano gli Skolia, brevi e briosi versi affini
ai ditirambi. Socrate criticava gli opsofagi (ingordi) e diede delle regole
di galateo sul modo di comportarsi a tavola, definendo la cucina un'arte.
Le città della Magna Grecia più reputate per sontuosità,
a volte anche eccessiva, delle mense furono: Siracusa, Crotone e Sibari
ed è proprio dai cittadini di questa ultima città che è
nato il vocabolo Sibarita, usato ancora oggi per indicare una persona
amante della vita piacevole e del buon cibo. Ed adesso parliamo di un'altra
importante civiltà: gli Arabi.
Nell'827 i Musulmani d'Africa sbarcano a Marsala, chiamati da un ricco
comandante siciliano, Eutimo o Eufemio, ribellatosi alla corte di Costantino
imperatore. Anche loro, come i Greci, apportano molte novità nell'arte,
in generale, e nella cucina, in particolare. Ci fanno conoscere la canna
da zucchero, il riso, il gelsomino, il cotone, I'anice, il sesamo e le
droghe: cannella e zafferano.
Sono abilissimi pasticceri e, tra i dolci, segnaliamo: la Cubbaita (Qubbayt),
ossia, un dolcissimo torrone di miele
con semi di sesamo e maridorle; i Nucatuli, dalla parola araba "Nagal"
(frutta secca, confettura, dolce secco); la Cupita o meglio Copata: torrone
molto duro confezionato in grossi pani, a base di nocciole, albume d'uovo,
zucchero miele ed amido.
Sempre agli arabi dobbiamo la Cassata
ed il sorbetto.
Amanti delle essenze, crearono dolci profumati alla frutta, alla cannella
e, perfino agli odori dei fiori.
Con il gelsomino, per esempio, crearono un niveo gelato, che si confeziona
ancora oggi a Trapani con lo stesso nome arabo: "Scursunera".
Inventarono i geli di melone, di mosto, di cannella, di gelsomino; crearono
storte ed alambicchi per la distillazione della grappa che, in ossequio
al Corano, la usavano solo per disinfettare le ferite, e, quindi, anche
l'alcool. Ma a questi "invasori" si devono altri gustosi piatti
come le panelle, i ceci essiccati ed i fiori di zucca seccati e salati
nonchè il pane con la milza di cui, ancora oggi, i palermitani
sono ghiotti.
Questa è anche l'era degli Harem.
Ci sono molte leggende al riguardo, tra cui quella dell'invenzione del
cannolo.
Si narra che furono proprio le donne di Caltanissetta, ospiti dell'Harem
Kalt El Nissa, ossia, Castello delle donne, ad inventare il famoso dolce
siciliano. Gli arabi vengono sconfitti dai Normanni di Ruggero II di Altavilla
nella battaglia di Cerami nel 1063.
Popolazione scandinava di indole marinara e guerriera, oltre alla costruzione
di enormi cattedrali, portano: spiedi rotanti, aringhe affumicate, merluzzi
secchi (Piscistaccu e Baccalà).
Nel 1130 Ruggero II diviene re fino alla morte (1154).La sua fama sarà
superata da Federico II di Svevia.
Questo grande sovrano, oltre all'Università, alle tasse, ed a varie
innovazioni, compose un trattato sulla caccia con il falco, cacciatore
egli stesso e conoscitore della buona tavola, ebbe al suo servizio, numerosi
cuochi e sembra databile in questo periodo la nascita delle specialità
di rosticceria.
Ed ecco il turno dei Francesi con Carlo d'Angiò (Angioini 1268).
I Siciliani si ribellano al loro sistema feudale con il Vespro del 30
marzo 1282.
Palermo per non soccombere ai francesi chiama Pietro III d'Aragona ed
ecco gli Spagnoli.
Con la pace di Caltabellotta, 1302, i francesi se ne vanno.
In questo periodo si consolida la cucina dei nobili: si afferma il Falsumagru,
che, prima, si chiamava Rollò, dal francese Roullè, che
si imbottisce, nel popolo, con frittate e verdure, mentre, tra i nobili
con carni pregiate. Nel 1440 Ferdinando di Castiglia diviene re di Aragona
e di Castiglia.
L'età spagnola arriva fino al 1713. Grazie a questo popolo conosciamo
l'evoluzione della cassata araba dal
momento che i nuovi dominatori ne importano un ingrediente base: il Pan
di Spagna; ed ancora, sempre grazie ai nostri amici iberici conosciamo
la zucca all'agro dolce e le varie "mpanate".
Sempre durante questo periodo si ha l'apporto del pomodoro, cacao e mais
dall'America, insieme al peperoncino, alla patata, ai fagioli, al tacchino,
ai peperoni, mentre la melanzana arriverà dalle Indie.
Adesso possiamo renderci conto come una pietanza si completa nel corso
dei secoli, attraverso l'apporto di nuovi elementi. La Caponata, per esempio,
è l'espressione più tipica della legge gastronomica in base
alla quale i piatti partono da una base semplice, a seconda della disponibilità
degli ingredienti, e si arricchiscono di sapori supplementari anche grazie
alla fantasia di chi cucina.
La Caponata allora, sebbene composta da verdure, è un piatto marinaresco,
nato nella Caupona, il termine con il quale la bassa latinità designava
la taverna, dalla quale la pietanza ha derivato il suo nome.
La caupona dei porti preparava le vivande per i marinai che facevano vela
dalle coste dell'isola.
Il dizionario del Palazzi alla voce caponata dice:"cibo marinaresco,
galletta inzuppata nell'acqua salata, condita con olio e aceto".
Quindi non somigliava affatto a quella che conosciamo oggi, e ciò
si spiega benissimo con il fatto che la gamma degli elementi di cui disponevano
gli antichi era più povera di quella di oggi, perchè non
ancora conosciuti. La melanzana, per esempio, arriva dall'India nel 1600,
il sedano, sebbene conosciutissimo fin dall'antichità, (con esso
si intrecciavano serti per i cittadini più meritevoli) non veniva
utilizzato per la cucina, e così altri ingredienti.
Ma adesso è necessario fare un passo indietro ed andare agli Arabi
che ci fecero conoscere il riso.
Il risotto alla milanese, infatti, potrebbe avere avuto i suoi natali
in Sicilia.
C'è una leggenda in base alla quale il risotto allo zafferano sia
stato creato per caso nel 1574 da uno dei garzoni di maestro Valerio da
Profondavalle, artefice delle vetrate del Duomo di Milano, in occasione
delle nozze della figlia.
Ma Cristoforo di Messisburgo, maestro di casa del Cardinale Ippolito D'Este,
nel descrivere un banchetto, servito il 16 gennaio 1543 alla corte Estense,
precisa che il secondo servizio di cucina comprendeva, con i timballi
di piccione, di conigli e lepri, in salsa pevorada, anche sei piatti di
riso alla siciliana con tuorli d'uovo crudi, formaggio grattuggiato, pepe,
zafferano e l' immancabile zucchero di tutte le ricette medievali.
Nel 1500, quindi i ferraresi mangiavano quello che oggi è il risotto
alla milanese in edizione corroborante.
E, per finire in dolcezza, completiamo il discorso sui cannoli e sulla
cassata siciliana.
Per quanto riguarda i primi c'è da riferire una citazione di Cicerone:
"Tubus farinarius, dulcissimo, edulio ex lacte factus", ossia,
"cannolo farinaceo fatto di latte per un dolcissimo cibo".
Sembra che l'odierno cannolo siciliano
abbia avuto, come dicevamo, origini arabe, anche se ha subito, nei secoli,
diversi rifacimenti, il suo antenato, infatti, sembra essere stato un
dolce a forma di banana ripieno di mandorle
e zucchero.
Per quanto riguarda la cassata, la
sua elaborazione definitiva si ebbe nel periodo barocco con l'utilizzazione
del Pan di Spagna, epoca in cui gli antichi fasti della gastronomia ed
anche della pasticceria siciliana, furono rinverditi dalle consuetudini
di vita spagnola e dai nuovi ingredienti importati alla America.
Per concludere possiamo dire che oggi non si mangia e non si beve più
per sopravvivere, ma si cerca di farlo nel modo migliore, perchè
una necessità fisiologica si trasformi in piacere.
Brillant Savarin, nel suo libro:"La fisiologia del gusto" scrive:
"Il Creatore, obbligando l'uomo a mangiare per vivere, lo invita
con l'appetito e lo ricompensa con il piacere".
I Dolci delle Feste Ogni provincia della Sicilia conserva
la propria tradizione in fatto di dolci, così come per ogni festa
popolare, religiosa e familiare. La Pasqua e la commemorazione dei defunti
sono le festività più celebrate nell'isola. La settimana
santa, molto sentita in Sicilia, diventa anche l'occasione per preparare
una varietà di dolci e pani rituali, legati al significato religioso
della Pasqua, elaborati con gli stessi usi della tradizione agro-pastorale.
I pani rituali, a base di farina, uova, zucchero, pasta reale e ricotta,
sono vere e proprie specialità, alle quali vengono date forme diverse
in base ai riferimenti simbolici religiosi. La cassata,
a base di ricotta e pasta reale, decorata con frutta candita, è
uno dei tipici dolci pasquali, anche se oggi si mangia tutto l'anno. Altri
dolci tipici pasquali sono le pecorelle di pasta reale, imbottite di pistacchio
e zucca candita. Famoso l'agnello pasquale di Favara, paese della provincia
di Agrigento, che si proclama “città dell'agnello pasquale”,
promuovendolo in tutto il mondo.
Del periodo pasquale sono anche i cassateddi, diffuse nel siracusano e
ragusano. Per la commemorazione dei defunti, che a Palermo assume la connotazione
di festa che coinvolge i bambini, che ricevono per quel giorno giocattoli
e dolciumi, vengono preparati i famosi pupi di zucchero, raffiguranti
antichi paladini e cavalieri. Mentre tanti dolci sono diffusi in ogni
parte dell'isola, altri restano circoscritti a livello locale: la pignolata
a Messina, le crespelle a Catania, il riso mantecato a Enna, le arancine
dolci ripiene di cioccolato e il gelo di mellone a Palermo (in Sicilia,
il mellone è l'anguria, la consonante elle di melone, viene raddoppiata,
come in genere si usa fare nel dialetto) una sorta di gelatina di anguria
impreziosita dal fiore di gelsomino, le schiumette a Siracusa e le impanatiglie
a Ragusa. Alcuni dolci vengono preparati esclusivamente in alcuni periodi
dell'anno o in occasione di determinate feste patronali. Il 13 dicembre,
a Palermo, è tradizione molto diffusa, tra i devoti di Santa Lucia,
non mangiare durante la giornata pane e pasta, ma la cuccìa, dolce
a base di grano bollito e ricotta, del quale palermitani e siracusani
rivendicano la paternità.
Per la festa di San Pietro vengono preparati biscotti giganti, a forma
di chiave, e per San Martino biscotti a forma di pagnottella, ripieni
anche di crema di ricotta. Per San Giuseppe, festeggiato in tutta l'isola,
i dolci tipici sono i cosiddetti sfinci di San Giuseppe, che a seconda
della città o paese, vengono preparate in modo diverso. In Sicilia,
oltre alla Pasqua, è molto sentita la vigilia di Natale. I dolci
natalizi più diffusi sono il buccellato,
una grossa ciambella ripiena di frutta secca e frutta candita, e i nucatuli
a Palermo, i mustazzoli a Messina, i cuddureddi a Catania, la petrammennula
a Modica, le paste di vino cotto a Cammarata, paese della provincia di
Agrigento.
Un discorso a parte meritano i gelati e i sorbetti, nei gusti più
svariati, così come gli spongati, gli schiumosi, le cassate e le
torte gelato, veri e propri trionfi di gola e sapore, che fanno parte
di una delle più rinomate tradizioni dolciarie. Durante la stagione
estiva, nel periodo più o meno compreso da maggio a ottobre, è
abitudine, fin dal mattino, a colazione e durante la giornata, consumare
la granita con o senza panna e la brioche. La granita, che deriva dal
sorbetto, viene preparata nei gusti alla frutta, caffè, cioccolato,
latte di mandorla e gelsomini. La
granita a Palermo ha determinate caratteristiche, diverse da quelle preparate
a Catania, Acireale e Messina. Nei secoli scorsi, la granita veniva servita
nei grandi banchetti dei nobili, tra una pietanza e l'altra, per facilitare
l'ingestione di piatti più elaborati e tale abitudine è
ancora comune ai giorni nostri.
Il cannolo è uno dei dolci
siciliani più famosi al mondo. Pare che la sua origine risalga
al tempo degli Arabi, probabilmente al periodo degli harem. Si narra che
furono le donne di Caltanissetta, ospiti dell'Harem kalt el nissa, ossia
Castello delle donne, ad inventare il famoso dolce siciliano. Il cannolo
consiste di una cialda fritta, preparata con una pasta a base di strutto,
farina e vino, che viene poi avvolta in una canna o - ai giorni d'oggi
- in apposite forme d'acciaio. La cialda, dopo essere fritta, è
farcita con la ricotta lavorata con lo zucchero. Una volta si univano
anche i canditi, ma oggi si aggiungono soprattutto gocce di cioccolato
e, per decorazione, le scorzette di arancio candito o ciliegie candite.
Il cannolo viene infine spolverato con zucchero a velo. La ricotta utilizzata,
secondo la tradizionale ricetta, è quella di pecora, che abbonda
in Sicilia. Ci sono alcune cittadine molto famose in Sicilia per la realizzazione
dei cannoli. Facciamo riferimento
al paese di Piana degli Albanesi, in provincia di Palermo, noto anche
per i costumi derivanti dalle tradizioni albanesi, e dove molti si recano
per degustare i cannoli siciliani di notevoli dimensioni. Lo stesso accade
a Dattilo, paese nella provincia di Trapani. Anche in questo caso, i siciliani
- e non solo loro - si recano appositamente in questo paese per acquistare
i cannoli dalle notevoli dimensioni.
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